La Grafologia nei romanzi classici

I grandi autori dei romanzi classici lo avevano già capito: esiste un inscindibile rapporto tra la personalità di un individuo e il suo modo di scrivere, a tal punto da utilizzare la descrizione della grafia dei propri personaggi di fantasia, per meglio contestualizzarli all’interno del proprio romanzo. Un dettaglio affatto accessorio, se si pensa al periodo storico e al contesto in cui i grandi classici della letteratura venivano ambientanti: la comunicazione a distanza era epistolare, così come qualsiasi attività di annotazione passava inevitabilmente da penna e calamaio; semplici liste e rendicontazioni, appunti e diari. La scrittura del tempo, per quanto conforme alle modalità scrittorie dell’epoca, non sfuggiva – inevitabilmente – ad una propria personalizzazione capace di rivelare molto dell’autore. Il resto, ovviamente, era compito dell’intuizione e della sensibilità dell’osservatore, che poteva soffermarsi solo su quelle righe, in assenza di altri spunti come quelli che oggi lasciamo trapelare dai social network.  I lettori di questo genere, potranno sbizzarrisi a trovare riferimenti alla grafologia in alcuni romanzi di autori italiani come Giovanni Verga e Gabriele D’Annunzio oppure in quelli di autori stranieri come Victor Hugo, Anton Čechov e Nikolaj Vasil’evič Gogol’.

Gogol’

Proprio sul romanzo di quest’ultimo, “Le anime morte”, voglio soffermare la mia attenzione per la presenza di un’interessante spunto grafologico. Pubblicato nel 1842, narra la storia comica delle disavventure di un piccolo truffatore di provincia dell’impero russo. Si tratta di un libro con cui l’autore ha voluto anche denunciare la mediocrità umana, contestualizzandosi tra le opere militari della letteratura russa, attraverso la presenza nella trama, di personaggi molto diversi, adatti ad impersonare alcuni dei difetti più spregevoli dell’essere umano. Tra le fila del suo racconto, spunta la figura di Pliuskin, un avaro contadino di provincia, in cui il protagonista Pavel Cicokpw, si imbatte mentre è alla ricerca delle “anime morte”.

Nel capitolo di riferimento infatti è descritto un momento in cui questo avaro contandino si appresta a scrivere una lettera: Pliuskin si siede in poltrona, impugna la penna, gira e rigira in tutti i versi il “quarto foglio” per vedere se è possibile dividerlo ancora e, quando si convince che non c’è niente da fare, “intinge la penna nel calamaio, in cui c’era “muffito un non so che di liquido con una quantità di mosche in fondo” e comincia a scrivere. Dalla penna escono a scatti “certe lettere che sembrano note di musica“. Invano egli tenta di frenare “via via la foga della mano” che andava a sgambare per tutta la larghezza del foglio, appiccicando avaramente una riga all’altra e non senza rammarico, riflettendo che ne sarebbe rimasto pur tanto di spazio sprecato.

Scrittura secca

Da questo breve brano estratto, si può già evincere come l’autore, con poche ma efficaci parole abbia dipinto la personalità dello scrivente, descrivendo anche la tipica scrittura dell’avaro, caratterizzata dalla prensenza dei segni grafologici Secca, Irta e Scattanteparole come note musicali – e focalizzando l’attenzione persino sull’assenza di respiro tra le righe, indici della Triplice Larghezza che si colloca nell’ambito grafologico di Stretta –  senza tralasciare anche un riferimento agli allunghi sproporzionati.

Insomma un quadro grafologico in grado di descrivere un personaggio che vive il dramma dell’avarizia, con una manifesta esigenza di trattenere ed accumulare ma al tempo stesso anche di espandersi, per violare e invadere i diritti altrui. Una duplica spinta contrastante che può farci già dedurre anche quella che è la complessità del personaggio. Ma questo spetterà ai lettori – per chi non lo abbia già fatto  -indagarlo, attraverso la (ri)lettura di questo che resta un grande classico.

Fonte: Classici e Scrittura, Racconti Grafologici  – Mario d’Ascanio